Primo capitolo di “Le luci di marzo”

Estratto da: ″Le Luci di marzo″- E-book di Enrico Ruggiero

Copyright © 2026 Enrico Ruggiero

Uno

La luce fioca dei balunetti si rifletteva sui vetri delle finestre. Sotto i portici di via Paleocapa la gente camminava col naso all’insù, stringendosi negli abiti pesanti mentre il freddo rotolava giù dalle colline e s’infilava tra i carruggi del centro storico. Una donna teneva sollevato suo figlio perché riuscisse ad accendere una lanterna con un fiammifero troppo lungo per le sue piccole mani. Il bambino rideva ogni volta che la fiamma stava per spegnersi e, all’improvviso, si rianimava.

Dal porto arrivava odore di gasolio, quell′effluvio pesante e oleoso che a Savona ti si attacca addosso e non ti lascia più, specialmente quando l’umidità della sera sale dal mare e schiaccia a terra i fumi della città. Era la notte della vigilia della Festa di Nostra Signora della Misericordia, la notte in cui la città mette in mostra la sua parte migliore, quella pulita, devota, che odora di bucato e di fritto proveniente dai ristoranti sul mare.

Ero fermo nell’ombra vicino alla vetrina chiusa di un negozio, con il colletto del giubbotto alzato fin sul collo e le mani in tasca. Guardavo le finestre illuminate senza osservare niente. Succede spesso quando sei solo da troppo tempo: gli occhi continuano a lavorare anche quando la testa è fuori servizio. Diventi una specie di telecamera di sicurezza che riprende tutto ma non registra nulla. I passi della gente sul marciapiede creavano un rumore sordo, attutito dalle chiacchiere e dalle risate dei ragazzi che scendevano verso la movida della Darsena.

Fu allora che notai il balcone.

Sporgeva da un vecchio palazzo con l’intonaco della facciata grigio, screpolato dal tempo e dal salmastro, incastrato tra via Au Fossu e via Pia. Le persiane verdi erano chiuse, sbarrate dall’interno, come se dietro di loro non ci fosse anima viva. Un balcone con la ringhiera di ferro battuto arrugginito in più punti, su cui i balunetti erano sistemati in un modo che attirò la mia attenzione. Non seguivano il contorno della ringhiera, non cercavano la simmetria che le vecchie signore savonesi curano con maniacale precisione.

Tre erano su un lato corto, quello che dava verso l’oscurità di un cortile laterale. Undici erano davanti, fitti e tesi come una barriera di fiammelle tremolanti. Uno soltanto era dall’altro lato corto, isolato, esposto al vento che saliva dalla strada.

Tre. Undici. Uno.

Restai a fissarli mentre, da qualche parte, più giù nella via, una bottiglia vuota rotolava sul pavé.

La disposizione di quelle lanterne mi disturbava. Era squilibrata. Nessuno addobba così un balcone, a meno che non abbia un altro scopo.

Abbassai lo sguardo e sorrisi amaramente. La verità era che da anni la mia testa aveva smesso di ragionare in modo normale. Ormai filtravo tutto attraverso i numeri. Se guardavo la targa di un′automobile, sommavo le cifre fino a ridurle a un unico numero; se camminavo sotto i portici del centro città, contavo i passi tra un pilastro e l’altro cercando un nesso numerico che non esisteva. Era una condanna, il residuo tossico di una vita passata a inseguire la fortuna dove la matematica si applica alla disperazione.

All’inizio c’erano stati i casinò della Riviera: Sanremo, Mentone, le enormi sale con i lampadari di cristallo che riflettevano il panno verde dei tavoli da roulette. Ricordavo le fiches impilate davanti a pensionati con le mani tremanti e a industriali che perdevano milioni di lire senza cambiare espressione, con quel freddo distacco che hanno solo i ricchi quando si rovinano. Poi, quando i soldi veri erano finiti e la divisa aveva cominciato a starmi stretta, erano arrivate le slot nei bar di periferia, le mani di poker nei retrobottega del porto, su tavoli di ferro erosi dalla salsedine, con pochi scaricatori rimasti e marinai senza nave. Gente che giocava più per abitudine che per speranza, che scommetteva l’ultimo euro solo per non dover tornare in una casa vuota.

Io, ligure di prima generazione con genitori bresciani, avevo imparato il libro della Smorfia napoletana meglio del catechismo. I numeri avevano smesso di essere astratti ed erano diventati persone, azioni, destini.

Tre, undici, uno.

Tre: la gatta, secondo la Smorfia. Il tradimento silenzioso, l’animale che si muove nel buio e graffia quando meno te lo aspetti. Undici: i fanti. I soldati, gli uomini in divisa che dovrebbero vigilare sulla sicurezza altrui. Uno: il capo. L’uomo solo, il pezzo grosso che si crede al sicuro in cima alla piramide.

Sentii un vecchio brivido strisciarmi sotto pelle. Lo stesso delle notti buone, quelle in cui la combinazione sperata sembra realizzarsi alla perfezione, quelle in cui pensi di avere finalmente capito il disegno nascosto nell’azzardo.

Per una persona qualunque, quella sul balcone era solo una decorazione fatta a cazzo di cane.

Secondo me, invece, da quel balcone qualcuno stava mandando un messaggio.

Il vento fece oscillare i balunetti e il fruscio della carta velina mi riportò altrove. Fu un secondo appena, ma bastò a farmi mancare il fiato.

La cucina silenziosa, l’odore di caffè bruciato sul fuoco. Marta seduta dall’altra parte del tavolo con una lettera della banca aperta tra le mani. Non urlava. Non piangeva. Mi guardava in silenzio come si guarda uno sconosciuto. Sul tavolo c’era anche il libretto di risparmio per gli studi di nostra figlia. Vuoto. Azzerato.

Distolsi gli occhi dal balcone. Sentivo il sudore freddo scendermi lungo la schiena. Le luci dei balunetti si confondevano nel blu sporco della sera, piccole macchie gialle che sembravano sul punto di annegare nell’oscurità. Uno come me, un ex commissario che viveva di pensione ridotta, cacciato a calci dall’amministrazione per indegnità, e che tirava avanti con qualche scommessa clandestina, avrebbe dovuto tirare dritto. Avrebbe dovuto girare i tacchi, infilarsi nel primo vicolo buio e dimenticarsi di quel balcone e del suo strano addobbo.

Ma i numeri, quando cominciano a girarmi in testa, non si fermano più. Continuano a correre come la pallina d’avorio sulla ruota della roulette, creando un rumore continuo, che si ferma solo quando la pallina colpisce il metallo di una casella. E in quella casella, invece di un numero, c′era scritto che qualcuno, quella sera, aveva iniziato a giocare la sua partita. Chissà quale, però.

Mi staccai dal pilastro di cemento. Sentii le articolazioni delle ginocchia protestare per il freddo, ma non gli attribuii importanza e mi avviai verso la Darsena, allungando il passo sul lastricato antico di via Pia. Avevo bisogno di qualcosa di forte che prima bruciasse la gola e poi lo stomaco, del rumore dei pescherecci che battono contro le murate dei moli e di qualcuno che parlasse così forte da impedirmi di pensare.